Nuovi sentieri (in technicolor) nel west: Color Tex #1

Potremmo iniziare dalla fine e sgombrare il campo dagli equivoci: il giudizio complessivo su questo volume è decisamente positivo. L’albo è edito da un longevo editore di fumetti di successo e si avvale dell’opera di due colonne portanti della casa editrice: Mauro Boselli e Bruno Brindisi ((Entrambi di recente “attenzionati” da Lospaziobianco, il primo con una recensione al suo libro d’antan “Tex Willer. Il romanzo della mia vita” che troverete qui, il secondo con una intervista, questa, nella quale si parlava proprio di questo fumetto.)).

Il protagonista, Tex Willer, è amatissimo dal suo pubblico ed è anch’esso una garanzia di successo ma anche di format, inteso come capacità (scarsa) di sorprendere i lettori essendo legato a doppio filo ad una serie abbastanza corposa di leggi non scritte che ne regolano le edizioni. Nonostante questo limite renda i fumetti del ranger (i più venduti d’Italia) a dir poco osteggiati se non dileggiati tout court da una fetta di appassionati lettori di fumetti che lo bollano come inutile, semplice, stupido… nonostante questo limite, negli angusti spazi di manovra concessi, anche in questo caso gli autori ci sorprendono e confezionano una storia che riesce a mantenere alto il livello qualitativo. Pienamente in media con quello degli ultimi anni di racconti che hanno mantenuto la serie regolare “del” Tex su livelli altissimi in termini di nomi coinvolti e storie realizzate.

In questa rapida recensione eviteremo di parlare del colore, così come se il Tex “Color” in realtà “Color” non fosse, ed i motivi saranno chiari in questo articolo dove in parallelo completiamo l’analisi parlando nel dettaglio di questo aspetto.

La cover è un piccolo dipinto del copertinista ufficiale della serie, Claudio Villa, ed è decisamente “posata” e non racconta nulla della storia interna. Quindi nessuna anticipazione su che giorno “venne”… Il titolo della storia è allusivo, più volte allusivo. Potremmo leggerlo come “e venne il giorno”, finalmente, di una serie regolare a colori per Tex Willer, dopo oltre sessanta anni di pubblicazioni di successo in Italia. Oppure alla fine, dopo centinaia di pallottole schivate, “venne il giorno” della morte di uno dei quattro protagonisti della serie.

La storia di Boselli, al solito, è ben orchestrata e gioca con molte allusioni e l’ovvia quanto ben fatta citazione al passato. Lo scrittore ultracentenario (come numero di soggetti per Aquila della Notte) dedica il prologo ad un evento della vita di Kit Carson che, implacabilmente, gli si rivolta contro dopo decine di anni. E’ proprio Kit a essere ritenuto morto (beh, sì, alla fine, proprio come nei fumetti americani, non è morto nessuno dei quattro protagonisti) per buona parte dell’albo. Questa volta però l’autore ha portato il dubbio sull’effettivo decesso un passo oltre, visto che Tex e il suo pard indiano Tiger Jack riconoscono in un corpo martoriato seppellito alla maniera indiana proprio il cadavere di Kit Carson.
Ben realizzato e ben giocato il tutto, basato sull’espediente narrativo che fa capo al “doppelgänger” ((per una definizione articolata ecco cosa dice Wikipedia)); utilizzato in centinaia di racconti, il doppione cattivo è da sempre una delle figure che più affascinano, soprattutto perché mostrano una versione negativa di un personaggio spesso molto amato ma soprattutto decisamente positivo.
Negli anni spesso Tex, a questo proposito, ha sottolineato quanto poco basti affinché la propria vita cambi binario e dalla retta via si passi a quella, potremmo dire, del nostro gemello malvagio. In questo caso tocca a Kit raccontarci le vicende del suo gemello cattivo, il cui corpo sarà utilizzato poi come stratagemma per ingannare chi aveva cercato di ucciderlo.

 

La storia fila via decisamente rapida, con qualche facile punta verso l’alto (il sogno in cui Kit Willer vede Kit Carson puntargli una pistola contro salvo poi scomparire…. con l’interpretazione saggia di Tex: “probabilmente non era lui”) il riconoscimento del cadavere di Kit Carson con Tex che, chapeau a Brindisi, ricaccia indietro le lacrime stringendo con le dita il setto nasale e soprattutto la parte iniziale, dove prima da giovane e poi da “anzianotto” Kit Carson si destreggia notevolmente nella sua arte di inviare a Belzebù tanti dannati malfattori.

Il Tex giovane disegnato da Brindisi è più asciutto, con cappello più largo e con i guanti, è molto raffinato e signorile. Il suo Kit, invece, soprattutto quello contemporaneo nella sua avventura in solitario, è assolutamente padrone della scena e tignoso come non mai, nonostante la capitolazione finale.
Solito stuolo di comprimari da caratterizzare per bene e, in questo caso, spesso da mostrare anche invecchiati dopo vent’anni; nel complesso sembra che le ostilità trovate nell’approccio al personaggio da parte del disegnatore all’esordio con il ranger (il Texone) siano state decisamente superate e che il rapporto fra i due, se non di amicizia, sembra essere ora di rispettosa convivenza pacifica.

Per concludere, visto che, alla fine, non “venne il giorno” della morte di Kit Carson, ci accodiamo alla richiesta di Bruno Brindisi anticipata qui (“Io adoro Carson, mi piacerebbe uno spin-off solo con lui!”) e poi esplicitata qui:

Comunque l’ho detto e lo ripeto, voglio un Color Carson annuale. Anzi, mensile. E voglio fare il primo numero, così batto Galep 2 a 1. [come disegnatore di un numero 1 di una serie di Tex – ndr]

 

Abbiamo parlato di:
Color Tex #1 – E venne il giorno
Mauro Boselli, Bruno Brindisi
Sergio Bonelli Editore, 2011
160 pagine, brossurato, colori – 5,20€

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