Ultima lezione a Gottinga

Copertina del volumeAbbiamo preso spunto da un pugno di risposte ricevute dall’autore Davide Osenda ad altrettante nostre curiosità utilizzandole come punto di partenza per poter parlare del suo libro Ultima lezione a Gottinga.

Come sintetizzeresti la genesi del volume?
Il mio libro è stato un esercizio personale. A grandi linee i motivi principali che mi hanno spinto a realizzarlo sono stati tre:
– un paio d’anni prima avevo partecipato ad un seminario di fumetti con Lusso e Sommacal [1] e avevo voglia di sperimentarmi nella stesura di un fumetto un po’ più lungo delle quattro o cinque pagine degli “esercizi”. E quindi, complice un inverno con molto tempo libero…
– l’argomento matematico mi piace da sempre (anche se, per come mi girava nello stomaco e nella testa, credo più per questioni esistenziali che matematiche);
– questo era il mio modo standard di approcciare questo mio hobby (più l’acquerello che i fumetti, che son venuti dopo).

Hai avuto esperienze di insegnamento?
Dal 1998 al 2001 ho curato l’ingresso in azienda dei neo assunti (informatica): classi, esercizi, tutoring e cose del genere; avevo seguito qualche corso sulla funzione formativa ed è stato un lavoro che mi è piaciuto.

Ho letto di una specie di “verifica di correttezza” che hai fatto con Piergiorgio Odifreddi durante la stesura del libro. Ce ne parleresti?
Sì, concluso il primo capitolo ho provato a chiedere se, matematicamente, il discorso che facevo era sostenibile e ho pensato ad Odifreddi perché avevo letto molti suoi libri di matematica ed aveva lo “skill” giusto per potermene parlare in tranquillità. Lui è di Cuneo e spesso è a Torino (che è a un tiro di schioppo). Avrei avuto voglia di incontrarlo per discuterne un po’ e glielo spedii…

Hai precedenti esperienze di scrittura?
Beh, sì, specie quando ero più piccolo: scrivevo un po’ e disegnavo un po’… Poi ho scoperto il basso elettrico e mi son dedicato solo a quello (disegnucchiavo qualche cosa se non si potevano sparare decibel in casa…).
Poi sono arrivati gli acquerelli (avro’ avuto 22 o 23 anni) e non ho più scritto racconti.

Questo è il tuo debutto come autore completo. Sensazioni a pelle?
Quando ho visto il libro nello stand della 001 (alla Comic Convention di Lucca 2009), la sera di mercoledì, ho pensato: “Vai! È finito…”. Poca emozione; ero contento che fosse finita la lavorazione, che è stata un po’ seccante e impegnativa… La questione emotiva è venuta a galla nei giorni seguenti, incontrando uno e l’altro… Sono stato molto emozionato e incredulo una volta tornato a casa, sul divano, la sera… “Le cose migliori son quelle che vengono senza andare a cercarle”, pensavo…

Note:
[1]
Piero Lusso, scrittore, e Giorgio Sommacal, disegnatore.

Ultima lezione a Gottinga
di Davide Osenda
001 Edizioni, 2009 – 80 pagg. col. bros. – 12,50euro
Una tavola del volumeDavide Osenda debutta per la 001 Edizioni con il volume Ultima lezione a Gottinga, tenendo a battesimo la neonata collana “Made in Italy”. Esordio assoluto ed allo stesso tempo dimostrazione di notevoli capacità tecniche e narrative, piacevole scoperta in un autore che approccia con il piglio giusto la pubblicazione in libreria. Sono molti i motivi che rendono questo volume – e la sua genesi – particolare e quasi unico. Poco sopra il disponibile Osenda (di professione informatico oltre che, da ora, anche autore completo di fumetti) ce ne ha accennati alcuni in prima persona. In primis va sottolineato come si delinei nel libro una chiave artistica già decisamente compiuta (come esempio può valere la bella galleria di personaggi nella contro copertina interna del capitolo 2) che si manifesta in un disegno essenziale, quasi sempre statico anche nelle poche immagini in movimento, ma soprattutto nella colorazione ad acquerello, marchio di fabbrica e partitura cromatica della storia. Dagli sgargianti toni caldi e gialli dell’epilogo ai grigi piovosi e mesti della lezione universitaria vera e propria, passando attraverso lo scoppio solare della onirica rappresentazione dei salti fra i numeri naturali, l’autore si – e ci – diverte a utilizzare una tecnica che è per lui passione e sfogo artistico senza altri fini. Il pennello si intinge nell’acqua e pesca un colore piuttosto che un altro per sfumarlo su una carta con la quale combatte una guerra perenne fra assorbimento e saturazione: è questo il campo di battaglia dell’acquerello, che ha spinto Osenda, una volta sentita la voglia di raccontare una storia vera, una delle mille affascinanti storie della matematica moderna, a cimentarsi con un romanzo a tutti gli effetti.

La struttura tradisce e racconta la peculiare anormalità del libro: tre capitoli di cinquantuno, undici e sei tavole. In sintesi un unico racconto, l’ultima lezione che il professor Fiz tiene ad un’aula vuota nell’Università di Gottingen, in Germania, nel 1933 o 1934. “Ultima” perché il professor Fiz è l’ultimo docente di origini ebraiche ad essere preso (al termine della lezione, per strada) dai nazisti nell’opera di pulizia etnica che coincise con l’azzeramento della scuola principe della matematica dell’epoca. In calce troviamo un epilogo ed un secondo finale, cronologicamente spostati in avanti, che idealmente chiudono un discorso spiegando come questo discorso non può “logicamente” essere chiuso in alcun modo. Ma le cause della genesi di questo volume ci permettono anche di avere in mano altre chiavi di lettura del libro. Una è la matematica, una singolare scienza – la regina – che dovrebbe, attraverso le sue leggi, studiare rapporti fra quantità e darci certezze. E “dovrebbe” non è un condizionale messo a caso. Chi avrà il piacere di leggere il libro si renderà conto che, al di fuori delle piccole difficoltà (superabili con un po’ di tranquillità e magari una seconda lettura di qualche passaggio) di chi non è normalmente a contatto con gli infiniti, i numeri relativi, naturali e la teoria dell’Infinito di Cantor, capirà come i numeri e le leggi che dovrebbero spiegarci i loro rapporti sono solo un trampolino di lancio (metaforico, ma anche visivamente ed oniricamente ben disegnato nel libro) verso ragionamenti che trascendono la matematica ed invadono la filosofia.

È giusto sottolineare che l’opera di Osenda trasuda di passione ed interesse sia verso il mezzo tecnico (l’acquerello) sia verso l’argomento, spinoso, difficile, infinito, indefinito e insoluto. Alfredo Castelli è solito dire che un buon soggetto per un fumetto è in pratica realizzabile da chiunque, una volta nella vita. È giusto quindi attendere a prove successive il nostro per poter valutare a pieno le sue capacità narrative e artistiche, nella speranza che abbia un bagaglio di altre storie da raccontare e l’ardore per realizzarle con efficacia e affetto. Per ora ci si può accontentare della riuscita di questa, pur con qualche appunto alla struttura, che come sopra detto, tradisce la genesi “in fieri” dell’opera.

Altra chiave di lettura interessante è la struttura “ortografica” delle tavole. Messa da parte l’asimmetricità dei capitoli è interessante notare la varietà dell’ortografia interna, quella delle singole tavole. L’autore non ha limiti e gabbie imposte da un editore (in fase di realizzazione non c’era ancora) e, come ci ha dichiarato, ha voluto “sperimentare” e “provarsi” in varie tecniche narrative. La struttura che ne viene fuori è stranamente lineare, ma non monotona. Di “norma” la pagina ha quattro linee con strisce con un numero variabile di vignette; le numerose eccezioni non inficiano la leggibilità, ma offrono, invece, prove di variazioni sul tema della gabbia con oniriche splash page, vignette quadrate contornate da cornici di piccole vignette oppure semplici immagini e tutta pagina su sfondo bianco. Come la splendida sequenza nella quale, con telecamera dall’alto, il professor Fiz utilizza delle carte da gioco per continuare la sua lezione sugli infiniti “infiniti”.
Le soluzioni grafiche che, ad elastico, ci portano da una gabbia regolare ad una doppia splash page ad una fila di vignette tutte di dimensioni diverse fanno sì che il lettore accusi in maniera minore la “pesantezza” di un testo un po’ ostico (un monologo che è in sostanza una lezione di matematica non “di base”), reso più fruibile in una girandola di gabbie, toni di colore e ambientazioni.

Non è poca cosa, per concludere, la funzione didattica del libro; facilmente rintracciabili, sono due gli insegnamenti che dovrebbero arrivare al lettore. È lampante il primo, fosse solo per il titolo del libro: la lezione che è raccontata è la Teoria di Cantor alla quale lo stesso Cantor diceva di non riuscire a credere (questo per dare un’idea di come sia difficile… digerirla) . È indubbio che la spiegazione della stessa, data da Osenda, complice la fragorosa e colorata profusione di soluzioni grafiche, raggiunga il bersaglio, senza che questo sia facile o scontato. L’aiuto, in questo senso, del disegno non è fattore trascurabile, anzi. La conferma, poi, della correttezza formale di quanto spiegato nella lezione, ricevuta da chi matematico è di professione e fama (il notissimo Prof. Piergiorgio Odifreddi), conferisce a questa, che poteva essere solo un’apprezzabile opera narrativa, la giusta patente di affidabilità didattica. Le esperienze citate da Osenda nella formazione di neo assunti, annoverate nel suo curriculum extra-fumettistico, non bastano a giustificare il buon risultato in tal senso; è figlio, quest’ultimo, più probabilmente della doppia passione per il disegno e per il tema degli “infiniti”. Va ricordato, en passant, che questa teoria è ben lungi dall’essere un mero esercizio matematico e porta i cervelli e i cuori degli uomini ben più lontano di quanto possa fare un teorema di Pitagora qualsiasi. L’argomento e i risultati dello studio di Cantor (e l’esistenza di una gerarchia di infiniti) spostano un immaginario scambio nelle nostre menti e fanno incrociare (e talvolta deragliare) il binario della matematica con quello della filosofia.

In un contesto di note solo positive, trovandosi a parlare di argomenti che hanno fatto arrovellare le migliori menti degli ultimi secoli, fa ancora di più piacere trovare il secondo messaggio che l’autore ci consegna. Messaggio, questo, connesso allo sfondo in cui la lezione del professor Fiz viene tenuta. L’Università di Gottinga, in Germania, era diventata, agli inizi degli anni ’30 del secolo scorso, un centro di raccolta delle migliori menti matematiche del mondo; la sua decadenza è figlia dell’espulsione da parte del Reich dei matematici ebrei che all’epoca la animavano. La lezione del Professor Fiz, quindi, deve il suo essere “ultima” all’inevitabile deportazione del professore stesso, che vediamo raccontata nel volume. Un tema, quello del nazismo e delle nefandezze commesse sotto il suo nome, che ci ha sempre appassionato e che abbiamo sempre raccontato quando rappresentato in volumi “a fumetti”. In questo caso, laddove non bastasse quanto fatto dal nazismo, appunto, nei tristissimi anni dal ’30 al ’45, aggiungiamo un’altra colpa, forse non paragonabile alle altre (cosa si può paragonare ad un genocidio?), ma sicuramente grave: l’omicidio di un centro di cultura e sapere dove grandi matematici si dedicavano alla soluzione di problemi connessi ai numeri… e non solo.

Riferimenti:
Il sito dell’editore: www.001edizioni.com

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