In azione per conto di John Doe: Silvia Califano

Romana, classe 1984,  Silvia Califano si diploma nel 2006 alla Scuola Internazionale di Comics. L’anno seguente fonda con Emilio Lecce lo Xanadu Studio, attraverso il quale collabora per Rai Tv, Comics Provider, Burnet Foundation, Sky, Studio Universal, FGCI, Ministero dello Politiche Agricole per attività pubblicitarie e didattiche. Nel 2009 si laurea in Linguistica Italiana presentando con una tesi sul linguaggio nel fumetto italiano contemporaneo. Nello stesso anno inizia la collaborazione con l’Aurea Editoriale. A oggi ha disegnato tre episodi dell’ultima serie di John Doe.

 

Ciao e benvenuta. Mettiamola giù subito chiara: sei una colonna portante di questa stagione di “John Doe”
Grazie a te per avermi invitata! Quanto ai chiarimenti… credo che John Doe si possa considerare la Mezquita del fumetto popolare italiano: più che nella presenza o meno di elementi portanti, buona parte del suo fascino è data dall’incredibile varietà di colonne, con provenienze e caratteristiche anche molto diverse.

Facciamo un passo indietro e ricominciamo dall’inizio. In ordine ci parleresti della tua passione per il disegno? Dalle tue tavole e da qualche studio mostrato nel tuo blog sembri essere molto ben predisposta verso il disegno a matita…
La passione per il disegno, che io ricordi, esiste da sempre. Vero è che da piccola adoravo qualsiasi forma di attività manuale, quindi il disegno non aveva un ruolo poi così di primo piano rispetto al modellismo, la lavorazione della cartapesta, il papercut, lavorare il legno, la creta o qualsiasi altra cosa potesse tenere in movimento mani irrequiete!
Forse la cosa curiosa è che sin dalle elementari i miei disegni erano “balloonati” e sequenziali…

Passando alla tua formazione artistica Hai un background universitario con tesi su “La lingua del fumetto italiano contemporaneo”; quanto aver studiato anche quanto riguarda la sceneggiatura di un fumetto ti aiuta in fase di disegno?
Devo ammettere che la mia formazione artistica, intesa in senso stretto, è limitata ai tre anni della Scuola Internazionale di Comics. Data la passione per la letteratura e una certa “ostilità” in famiglia per i percorsi artistici, dopo le medie ho virato verso il Liceo Classico e la Facoltà di Lettere.
Tra l’altro, avendo deciso già all’età di sei anni che da grande sarei diventata Indiana Jones, lo studio del Greco e del Latino era a dir poco imprescindibile!
Quanto alla mia tesi di laurea, il centro del lavoro d’analisi non è tanto la sceneggiatura, quindi generi, stili, trame o strutture, quanto la lingua vera e propria, la varietà di italiano presente nei fumetti, osservando tanto la lingua “visibile” (tutto lo “scritto” che compare sulla pagina stampata), quanto la lingua “invisibile” (da termini come “fumetto” o “fumettaro” sia in Italia che in altri paesi, fino alla tecnolingua della comunicazione quotidiana nel settore). Il tutto, definendo i particolari meccanismi dei linguaggi d’intercodificazione…
Detto questo, conoscere il fumetto da più punti di vista e d’analisi è sempre utile quando si passa alla pratica!


Rendi benissimo, l’azione, la potenza dei personaggi, vai perfettamente incontro ai gusto del lettore di action. Quali sono i tuoi disegnatori preferiti e quali i generi che segui?
Talvolta mi è stato detto che disegno “da uomo”… ma non ho mai capito bene cosa si intenda… di solito interpreto l’espressione di chi ho davanti e rispondo all’occasione con un “grazie!” oppure “…eh, mi dispiace…”.
L’action è uno dei miei “generi di sfogo” preferito, ma sono completamente onnivora e questo anche per quanto riguarda le letture, generi e disegnatori. Questo in realtà è sempre stato un po’ un problema, perché vado avanti per innamoramenti per lo più legati a storie e personaggi e a periodici “ritorni di fiamma”. I primi amori furono tra i Grandi Classici: Battaglia, Toppi, Eisner, Pratt, Cavazzano, poi Lloyd, il primissimo McKean, Liberatore e Pazienza. Con l’avvento di Tank Girl mi convertii all’Hewlettianesimo integralista, poi ritornai a vagare… Roi (il disegnatore del mio primissimo albo Bonelli: Dylan Dog “Il mistero del Tamigi”!), Cooke, Hiroaki Samura, Dell’Edera, Sean Philips, Guarnido, Risso, Luca Rossi, Benjamin, Carnevale… bah… sembra il catalogo di una fumetteria e potrebbe continuare in eterno! Diciamo che al momento la “cotta” più persistente è per il lavoro di Sean Gordon Murphy su Hellblazer e, tanto per evitare altre liste, chiarisco subito che se c’è un uomo “in carta e china” che mi ha rubato il cuore e se lo tiene stretto da anni, quello è John Constantine.

Hai realizzato i numeri 2, 9 e 14 di John Doe. Che differenze hai trovato nei tre lavori? In termini di differenze di “soggetti” e documentazione, di risposte dal pubblico, di “correzioni” dagli sceneggiatori
Del numero 2 dico ben poco perché, davanti al mio primo albo da 94 tavole, l’unica cosa che ricordo chiaramente di aver provato era puro terrore. Sono stata avvertita dell’inizio dell’impresa al massimo una settimana prima di ricevere la prima tavola, quindi anche John l’ho dovuto “trovare” lungo la strada. La storia però era meravigliosa e Bartoli, lo sceneggiatore con cui di fatto ho esordito e sfornato (tra liberi, su Lanciostory, Trapassati INC, e John Doe) circa 300 tavole, è sempre stato capace di inserire elementi incredibilmente “miei”. Personaggi, ambientazioni, anche dialoghi e riflessioni talmente vicini ai miei gusti da creare subito un rapporto molto “emotivo” con la tavola. Con presupposti del genere mi sono sempre sentita liberissima anche di provare diversi stili, impostazioni e strumenti di lavoro (soprattutto nei liberi)…
Con Recchioni nasce tutto da un’infinità di “amori nerd” in comune… e una chiacchierata di circa 3 ore su Alien, Terminator, X-Files, Buffy, Bruce Willis, Michael Bay, Schwazenegger e quant’altro! Ne sono uscita divertita come un quindicenne di fronte al perfetto “compare di scorribande” e quando, qualche mese dopo, mi ha ricontattato con la proposta di un John Doe “total action” in compagnia di un certo David… che dire, l’entusiasmo era alle stelle! Per tre mesi mi sono sentita come il protagonista di Last Action Hero, catapultato tra esplosioni e inseguimenti con Jack Slater in persona come guida!
Il metodo di lavoro è diverso. Con Bartoli, per le storie brevi, ho lavorato su una sceneggiatura all’americana, con la descrizione di una o più tavole e libertà completa d’esecuzione, mentre su John Doe la sceneggiatura è completa di divisioni di vignette, dialoghi e tutto il resto, ma c’è sempre modo di ritagliarsi “spazi autonomi”. Con Recchioni la sceneggiatura è più definita e i riferimenti per inquadrature o dettagli e citazioni molto particolareggiati, come anche le correzioni (un’ottima cosa quando si è ancora agli inizi).

Hai ancora una sceneggiatura di John Doe in lavorazione? A cosa altro stai lavorando se puoi dirlo e soprattutto quale direzione ti piacerebbe prendesse la tua carriera?
Chiamare questo bellissimo percorso una “carriera” mi mette un po’ i brividi… lo considero più un viaggio e preferisco non fare grandi programmi! Sono solo agli inizi… vedremo fin dove mi porterà la mia mano! Ci sono talmente tante storie, personaggi e autori, che mi piacerebbe poter incontrare… L’esordio in Aurea è stato splendido e sicuramente vorrei continuare a collaborare con gli autori e l’editore che per primi mi hanno dato le occasioni e la fiducia necessarie per compiere il primo passo.
Spero poi di poter realizzare anche qualche progetto lavorando gomito a gomito con i vecchi “compagni di scuola e di mestiere”, l’amico di vecchia data Giacomo Bevilacqua, Carlo Alberto Fiaschi e sopratutto il mio “Super Socio” Emilio Lecce, co-fondatore dello Xanadu Studio e attualmente collega in Aurea.

 

Riferimenti:
Il blog di Silvia Califano: silviacalifano.blogspot.com

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